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 E’ risaputa la tendenza in tutti i mondi a usare parole ed espressioni apparentemente ricche di significato, ma che - usate spesso in modo così rituale e “vuoto” - finiscono col suscitare (almeno in me) franca irritazione. Ma in certi casi possedere questa capacità apparente di apparire innovativi e ben orientati di questi tempi può aiutare. Ad esempio se si vuole parlare di politica sanitaria e magari cercare consensi. Questo testo che segue vi può aiutare a trovare le parole “giuste” per queste situazioni. E adesso vado con le parole fumose …  Con un successivo post riscriverò le stesse cose in versione non fumosa. La differenza? Le parole fumose dicono cosa, ma non perché e come. Se dici anche perché e come diventano una proposta seria.

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Fonte: Christian Rocca (Chiudete internet, Marsilio)

Nell’epoca della diffusione delle fake news, il compito della stampa non può essere quello di riportare asetticamente dichiarazioni palesemente false. Il dovere civile dei media è quello di dire chiaramente che si tratta di bugie. In questo momento caratterizzato dall’attacco alle fondamenta della democrazia liberale, il sistema dell’informazione non può limitarsi a lottizzare gli spazi a favore di chiunque senta l’urgenza di dire qualcosa, qualunque cosa. Questa non è imparzialità, è capitolazione: quando le cose non sono vere, bisogna dire che non sono vere, anche per guadagnarsi il rispetto dei lettori. Come ha magnificamente sintetizzato un professore dell’Università di Sheffield, «se qualcuno dice che piove e un’altra persona dice che non piove, il compito di un giornalista non è quello di citarli entrambi. Il compito del giornalista è quello di aprire la finestra, guardare fuori e dire qual è la verità» 

Ma non ditelo ai giornalisti italiani...

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Abbiamo di recente dedicato due post collegati al tema della mobilità sanitaria interregionale e al ruolo che in questa giocano i privati. Nel primo abbiamo visto la natura della attività svolta nei confronti della Regione Abruzzo da parte di alcune Case di Cura private delle Marche, mentre in un altro abbiamo commentato il rapporto della fondazione GIMBE sui dati della mobilità sanitaria interregionale 2017.

Oggi chiudiamo questo tris di post sulla mobilità affrontando un tema strategico: con la approvazione del Nuovo Patto per la Salute cambieranno radicalmente le regole della mobilità sanitaria. Attenzione: il testo che il  Nuovo Patto per la salute dedica alla mobilità sanitaria interregionale lo trovate nel rapporto della Fondazione GIMBE. Ad ogni buon conto questa parte la trovate alla fine.

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Il binomio qualità e sicurezza delle cure si ritrova in mille documenti e dà il nome ad una pagina del sito del Ministero della salute, ma c’è una specie di deviazione scoliotica della attenzione nei confronti dei due temi fortemente  sbilanciata dalla parte della sicurezza,  e quindi del risk management o gestione del rischio clinico che dir si voglia. Basta seguire  ciò che “si muove” nella nostra sanità per accorgersene. Prendiamo gli ultimi giorni. E’ stato segnalato l’avvio della certificazione professionale del Coordinatore delle attività di gestione del rischio sanitario. E’ stato presentato un modello made in Italy di gestione del rischio in sanità. Sono stati ancor più di recente presentati gli Atti di un Convegno dei primi due anni di applicazione della Legge Gelli (titolo degli atti: Sicurezza delle Cure e responsabilità degli operatori).

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E’ uscito il Rapporto della Fondazione  GIMBE (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze) sulla Mobilità Sanitaria Interregionale 2017. Cogliamo l’occasione per (ri)ragionare sul governo (che non c’è) della mobilità sanitaria nella Regione Marche. Il Rapporto ha alcuni limiti metodologici che trovate qui, ma dipinge un quadro chiaro (e noto da tempo). Ci sono forti squilibri tra Nord (che “vende”) e Sud (che “compra”). Le Marche anche nella mobilità sono, a  seconda di come le si vuole vedere, o l’ultima Regione del Centro-Nord o la prima del Centro-Sud.

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