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Con la proposta di legge regionale 145/2017 relativa all’avvio nella Regione Marche di “programmi di sperimentazione aventi a oggetto nuovi modelli gestionali che prevedano forme di collaborazione tra strutture del servizio sanitario nazionale e soggetti privati, anche attraverso la costituzione di società miste a capitale pubblico e privato”,  il mosaico della politica sanitaria marchigiana  sembra giungere al suo triste compimento.

Dal mese di giugno 2015 in poi, o meglio dall’insediamento del nuovo Consiglio Regionale, della nuova Giunta e del Presidente Ceriscioli, con delega alla tutela della salute, vuoi anche per effetto del DM 70/2015, abbiamo assistito, a botte di delibere di giunta o di atti consiliari, al progressivo cambiamento, talora stravolgimento, dell’offerta sanitaria, in specie di quella territoriale.

Piccoli ospedali chiusi e trasformati poi dal 1 gennaio 2017 in ospedali di comunità: trasformazione / riconversione ancora per la maggior parte incompiuta, con ogni conseguente aggravio e disagio non solo per i  marchigiani, in specie di quelli residenti in zone disagiate, ma anche per i medesimi operatori sanitari delle strutture rimaste aperte, in particolare per i presidi ospedalieri di area vasta, che, anche per la mancata contemporanea realizzazione di qualsivoglia ulteriore forma di assistenza sanitaria territoriale, hanno dovuto affrontare tutto il carico degli accessi di chi prima si rivolgeva ai cosiddetti piccoli ospedali.     

Ma se con una mano la Regione Marche ha chiuso i piccoli ospedali con l’altra si è occupata di scrivere, anzi programmare, tutta la nuova edilizia sanitaria regionale: ben 6 nuove strutture nosocomiali (per la quasi totalità ospedali unici di area vasta) al costo previsionale complessivo superiore ai 600 milioni di euro. E così come organizzazione di Cittadinanzattiva delle Marche abbiamo chiesto alla Regione ed al suo Presidente di sapere che cosa ne sarebbe stato delle restanti strutture una volta dismesse, trattandosi, tra l’altro, di patrimonio pubblico. Abbiamo chiesto quale sarebbe stato il loro destino e cioè il degrado, il riutilizzo, la riconversione? E poi utilizzati da chi, come, per che cosa?  Nessuna risposta è mai pervenuta.

Ma non è bastato; è notizia di pochi giorni fa che il Presidente della Regione Marche, con delega alla salute, ha deciso, unitamente alla Regione Umbria, di chiedere al Governo maggior autonomia anche nell’ambito della salute, delle politiche sanitarie e ora, dulcis in fundo, la proposta di legge per nuove modalità di gestione dell’offerta sanitaria.     

E tutto ciò in assenza di qualsivoglia pianificazione o meglio in forza di un piano socio sanitario regionale relativo al triennio 2012-2014, ed al quale, da allora, nessuna altra compiuta e completa programmazione sanitaria ha fatto seguito.

Ma è possibile cambiare, sviluppare una nuova politica sanitaria in assenza di un piano vigente e cogente?
Tecnicamente è possibile, ma politicamente lo si ritiene poco o per nulla appropriato, visto e preso atto che proprio nell’ultimo piano socio sanitario regionale (ndr 2012-2014) vi è un capitolo dal titolo “La promozione della salute e la partecipazione del cittadino” nel quale, tra l’altro, è stato chiaramente scritto che “Alla promozione della salute partecipa in modo attivo il cittadino attraverso il completamento del sistema regionale di partecipazione alla salute, le carte dei servizi e l’audit civico”.

Tuttavia, rebus sic stantibus e così, ad oggi, assistiamo noi cittadini a importanti cambiamenti del nostro servizio sanitario regionale e che, per come sino ad ora realizzati, non hanno di certo fatto bene alla nostra salute ed al servizio sanitario pubblico regionale: davvero un peccato che non esista anche nella sanità, così come nel codice di procedura penale, la regola del divieto della reformatio in peius.

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