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Mi scuso subito per il titolo. Troppo giornalistico e poco professionale. Se state leggendo magari vi ha colpito ed è quello che volevo. Non per qualche lettore in più, ma perché il tema su cui voglio richiamare l’attenzione merita davvero di essere tenuto in considerazione da tutti. A partire dalla politica, da quella che dovrebbe stare dalla parte di chi ha più bisogno.

La Regione Marche ha fatto dell’investimento in tecnologie uno degli slogan della sua propaganda finalizzata alla promozione della immagine della sanità regionale. A solo titolo di esempio riporto un estratto da un comunicato stampa di pochi giorni fa  della Regione. L’occasione per il comunicato era stata una visita del governatore all’ospedale di Cingoli motivata dalla inaugurazione di alcune “macchine”, in particolare di un ecografo e di un ortopantografo  (mi sa che si trattava di un ortopantomografo, ma non importa visto che oltretutto magari mi sbaglio io). Ecco l’estratto: Gli investimenti in sanità non mancano: in quattro anni la Regione ha investito 400 milioni su tutto il territorio regionale senza aver fatto un euro di debito o un mutuo. Il presidente ha ricordato le due TAC più veloci del mondo collocate a Torrette e ha sottolineato che, in proporzione e in base alla proprie attività, ogni struttura ha ricevuto investimenti tecnologici per dare la qualità giusta al servizio.

Non sono contrario al progresso tecnologico, anzi. Lo vorrei però governato da processi decisionali basati su analisi più condivise, ma - almeno per oggi - non è questo il punto. Il punto è che io non credo che questa fiducia nel potere “salvifico” della tecnologia sia giustificato. Si prenda questa altra frase pure contenuta nel  comunicato: l’obiettivo di carattere generale della Regione Marche è di poter continuare a garantire i servizi che ci sono dal punto di primo intervento alle cure intermedie, dalla radioterapia ai macchinari per diagnosi urgenti, per dare sicurezza a quella riforma che c’è stata e che è stata interpretata al meglio. L’adeguamento tecnologico – parere mio – non ha molto a che vedere con la presunta “riforma” che ci sarebbe stata e che sarebbe “stata interpretata al meglio”. Certo la tecnologia può aiutare il cambiamento, ma non è il cambiamento.

La riforma di cui i cittadini hanno bisogno  è quella che mette al centro davvero la persona e ce la mette soprattutto quando è più debole e, come si dice oggi, fragile. E questo la Regione Marche spesso si dimentica di farlo. Ma siccome questo fatto, come vedremo tra poco, gli viene più volte ricordato non  è più una dimenticanza: è una scelta.

Gli esempi sono tanti (si pensi alle carenze documentate nell’area della salute mentale a tutte le età), ma ciò che in questi giorni (anzi: mesi) ce lo fa capire in modo clamoroso riguarda i requisiti di autorizzazione delle strutture residenziali e semiresidenziali sanitarie e socio-sanitarie. Adesso non smettete di leggere perché l’autorizzazione la vivete come una cosa amministrativa noiosissima (e noiosa lo è, lo so). E perché si parla di servizi territoriali per molti misteriosi (le strutture residenziali e semi-residenziali, cioè diurne, del territorio). Saranno misteriosi, ma nelle Marche ne fruiscono circa 12.500 persone “vere” che fanno parte di quell’elenco di persone che in modo ormai rituale chiamiamo in sanità “fragili”. L’elenco di chi fa parte di questa categoria di utenti è il solito: anziani, persone con disabilità grave, persone con problemi di salute mentale, minorenni con gravi problematiche, persone con problemi di dipendenza patologica. Persone che nei servizi residenziali spesso passano buona parte della vita che loro rimane (si chiamano non a caso residenziali).

L’autorizzazione, termine così burocratico, in realtà è una regolamentazione importantissima perché definisce i requisiti che una struttura socio-sanitaria o sanitaria deve possedere per poter funzionare. Dagli ospedali, agli ambulatori, alle strutture residenziali, che sono quelle che qui ci interessano.  Decide ad esempio il personale da prevedersi, le caratteristiche strutturali degli ambienti e così via. Al momento la quarta commissione del Consiglio Regionale (quella che si occupa di sanità) sta vagliando le DGR con i Manuali di autorizzazione delle varie tipologie di strutture sanitarie e socio-sanitarie.

Il titolo di questo post si riferisce in particolare alle due DGR (la 257/2019 e la 1718/2018) che riportano i requisiti di autorizzazione delle strutture residenziali e semiresidenziali sanitarie e socio-sanitarie. Queste DGR sono state ripetutamente commentate dal Gruppo Solidarietà al cui ultimo approfondimento rimandiamo per i dettagli. In queste delibere si prevede la possibilità per le strutture già autorizzate o in via di costruzione (quelle strutture che che si occupano prevalentemente di anziani, di persone con  disabilità  gravi o con malattie di carattere psichiatrico) di poter continuare a funzionare con quattro (4!) letti per camera. Più precisamente potranno permanere camere a 4 letti nel 65% dei posti dell’area disabilità, nel 50% di quelli per anziani e nel 100% in quelli dell’area della salute mentale (a meno che i gestori di propria iniziativa non abbiano fatto autonome scelte diverse).

Sono ormai anni che il Gruppo Solidarietà reclama attenzione per questi e altri aspetti critici dell’assistenza ai cittadini (davvero e senza retorica) più deboli, ma con un così scarso ascolto da parte della Regione da far scrivere un approfondimento dal titolo: La definizione dei nuovi requisiti di autorizzazione dei servizi: un’inquietante indifferenza.

Ma quattro posti letto per stanza a parte (anche se non è facile mettere da parte un tema di questo genere trattandosi di stanze destinate a persone pazienti cronici che di fatto in quella stanza “vivono” una buona parte della loro vita), il manuale di autorizzazione cui ci stiamo riferendo ha altri importanti limiti tra i quali le eccessive dimensioni delle strutture che rischiano di creare un ambiente “istituzionalizzante”. Mentre dovrebbero essere ragionevolmente piccole e ben integrate nella comunità di riferimento degli ospiti.

Certo le scelte fatte dalla Regione con le DGR con i manuali per le strutture residenziali e semiresidenziali sono condizionate dai limiti delle strutture attualmente disponibili e cercano di non metterle in crisi, ma da qui a negare di fatto il problema ce ne corre. E’ evidente che mentre le tecnologie di ultima generazione solleticano l’interesse della politica che governa la sanità di questa Regione, molto – ma molto – meno fascino esercitano su di lei le esigenze di chi è più debole e ha bisogno non di tecnologie, ma di relazioni in un ambiente che possa essere vissuto come proprio.

Sempre più la sanità marchigiana che viene  pubblicizzata è centrata sulla medicina specialistica e sulla tecnologia che la supporta e  costantemente disattenta rispetto alla assistenza territoriale centrata sulla persona. Quindi rimangono i 4 posti letto per camera. In cambio – se ce ne sarà bisogno – chi vive in quelle camere la TAC la farà con una macchina potentissima.  Che ci mette un  attimo a fare l'esame. Magari – purtroppo -dopo qualche ora di attesa in Pronto Soccorso.

A proposito della eccessiva (e mal riposta) fiducia nella tecnologia leggere qui. Magari questa lettura può aiutare a fermarsi a riflettere su cosa serva di più oggi ai cittadini e ai rischi di una fiducia mal riposta nella tecnologia.

PS Questo post è dedicato a mio padre Lando che oggi avrebbe compiuto 100 anni e che certo non immaginava che quella strana figura di medico del figlio avrebbe fatto pure il blogger. Chissà se sarei riuscito a spiegarglielo chi è e cosa fa un blogger.

 

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